Il metodo IARA CARE: quando mente ed emozioni diventano alleate della guarigione
Per anni, in ambito sanitario, l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sulla malattia, o sulla parte del corpo malata. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato: il focus si è spostato dalla malattia alla persona che quella malattia la vive. È da questo cambio di prospettiva che nasce un approccio che utilizzo con i miei pazienti, e che mi piace raccontare perché aggiunge una dimensione spesso trascurata nella preparazione a un intervento di protesi al ginocchio: il modello IARA CARE.
Non solo un corpo da guarire, ma una persona da accompagnare
L’idea di fondo è semplice, ma potente: aiutare la persona a vivere in modo più consapevole e attivo il proprio percorso di cura, superando i limiti imposti dalla malattia stessa. Non un paziente passivo che subisce le decisioni altrui, ma un protagonista che partecipa attivamente al proprio recupero.
Il modello si sviluppa in quattro fasi, pensate per accompagnare la persona passo dopo passo:
Incontro, Alleanza-aderenza, Responsabilità, Autonomia.
Incontro: la base di ogni percorso
La prima fase è forse la più delicata, perché getta le fondamenta della relazione tra medico e paziente.
È il momento dell’ascolto autentico, in cui si cerca di capire cosa la persona sa già del proprio intervento e del percorso che la attende, partendo dal suo vissuto reale e non da un discorso standardizzato. Accoglienza, ascolto e accettazione positiva e incondizionata dell’altro sono gli ingredienti di questa fase iniziale.
Alleanza e aderenza: raccontarsi per capirsi
Nella seconda fase entra in gioco la narrazione: attraverso il racconto, la persona comunica come percepisce il proprio disagio, quali parole o immagini usa per descriverlo. Ascoltare con attenzione questi dettagli permette di allinearsi davvero con il paziente, non solo con la sua diagnosi.
In questa fase, un principio che trovo particolarmente utile è quello di lavorare sull’opposto dell’emozione negativa. Se un paziente si presenta all’intervento con paura, l’obiettivo diventa spostare l’attenzione verso qualità opposte: il coraggio, la volontà, la determinazione. Non si tratta di negare la paura, ma di non lasciare che sia l’unica voce ad orientare l’esperienza.
Responsabilità: un percorso condiviso
La terza fase presuppone libertà di scelta: il paziente può decidere quale comportamento adottare di fronte alle indicazioni ricevute. È qui che si crea una vera alleanza tra medico e persona assistita, in cui entrambi si sentono corresponsabili di ciò che accade, ciascuno mettendo in gioco le proprie competenze per raggiungere un obiettivo comune. Anche il modo in cui vengono insegnati gli strumenti pratici — dagli esercizi fisioterapici a tecniche più personali come la musica o il disegno consapevole — viene calibrato sul livello, fisico, emotivo o mentale, che il singolo paziente utilizza maggiormente.
Autonomia: il vero obiettivo
L’ultima fase è quella in cui la persona comprende davvero l’esperienza che sta vivendo, e diventa capace di gestirla con le proprie risorse. È il momento in cui il paziente smette di essere spettatore e diventa protagonista attivo del proprio percorso, portando con sé gli strumenti acquisiti nelle fasi precedenti.
Un modello che si adatta, non si impone
Ciò che rende questo approccio particolarmente utile è la sua flessibilità: non è un protocollo rigido da applicare uguale per tutti, ma un percorso che si adatta al momento e alla persona che si ha di fronte. Non tutti i pazienti hanno bisogno di percorrere ogni fase nello stesso modo, e fermarsi a una tappa intermedia non è un fallimento, ma comunque un passo avanti.
Nella mia esperienza, dare spazio alla dimensione mentale ed emotiva, accanto a quella squisitamente tecnica e chirurgica, fa una differenza reale nel modo in cui i pazienti vivono l’intervento e, soprattutto, nella loro capacità di partecipare attivamente al proprio recupero. Guarire meglio, dopotutto, non è solo una questione di ginocchio.